mercoledì, 17 agosto 2016

LA STORIA

Il nome di origine medievale, Macchia Saracena, ricorda le incursioni dei saraceni che nel sec. X si stabilirono in questa località considerandola luogo di sacro rifugio. Poichè, però, di saraceno a Macchia non vi è nulla, l'altra ipotesi etimologica ci riconduce all'epoca sannitica: su antichi carteggi medievali è menzionato il nome Maccla Saracina. Maccla sarebbe una zona alberata o particolarmente verdeggiante, mentre sarracina può essere associato all'antico termine osco "sarra", che significa rocca o roccia: dalla morfologia del terreno e cioè da una rocca alberata situata al centro di un altopiano. Nel III° sec. a.C. (all'epoca della costruzione della via Latina) il paese doveva essere costituito da poche case coloniche edificate a ridosso dell'unico rilievo roccioso esistente nell'assolata ed ampia pianura: questa collina rappresentò, attraverso i secoli ed in diversi periodi storici, il miglior luogo di controllo dell'intero territorio settentrionale del matese, nonchè l'avamposto principale a guardia del territorio di Isernia. Situata nel bel mezzo della via Latina, Macchia vide sorgere in epoca romana varie Taverne, luoghi di sosta e di ristoro per viandanti, tutte situate lungo la piana nella località detta ancor oggi "le Taverne". Ce ne resta una testimonianza preziosa in un bassorilievo detto di Calidio Erotico oggi conservato al museo del Louvre a Parigi: era l'insegna di una osteria unica nel suo genere, in quanto l'oste aveva fatto scolpire una scena tipica a pubblicizzare offerte di prestazioni amorose insieme all'alloggio. Nelle campagne circostanti sono emersi, inoltre, tantissimi reperti di epoca remota che forniscono una prova tangibile dell' importanza di Macchia al tempo della Roma Caput Mundi. La più remota notizia di Macchia da noi conosciuta risale al 1269, quando l'università fu assegnata in feudo ad Amerigo de Sus, del quale è cenno nella monografia di Trivento nel II° volume. Ne furono successivamente titolari Amerigo de Sus figlio ed omonimo del precedente, e forse anche Amerigo de Sus primogenito del juniore, come si spiega nella monografia di Boiano. Se non al terzo, certo al secondo Amerigo de Sus successe durante il regno di Roberto d'Angiò (1309-1343) Aldemario di Scalea per compra fattane; sennonchè la signoria di costui e della di lui discendenza non si protrasse oltre il 1343, nel quale anno l'università giaceva nel demanio regio. Roberto d'Angiò, infatti, nel 1343 assegnò Macchia in feudo ad Andrea d'Isernia, figlio di Landolfo ultimo della prole del grande feudista, di cui tessiamo la biografia nella monografia di Isernia. Alla morte di Andrea di Isernia, Macchia passò in feudo alla famiglia di Sabran comitale di Agnone, della quale tratteggiamo le vicende nella monografia di Pescopennataro. Dal 1464 al 1519 Macchia ebbe vicende feudali e signorie identiche a quelle di Monteroduni. Nel 1519 Carlo V imperatore diede in feudo Macchia al suo fedelissimo consigliere Guglielmo de Croy Marchese d'Arescot, di nazionalità francese, del quale è cenno nella monografia di Isernia. In successione di costui Macchia divenne feudo, probabilmente della famiglia Frezza; e diciamo probabilmente non in relazione alla signoria della stessa sul luogo, sibbene in ordine al tempo, che non viene indicato dal Candida Gonzaga (305). Dei Frezza possono leggersi i ragguagli nobiliari nella monografia di Sessano. Nella seconda metà del secolo XVI° era baronale di Macchia la famiglia De Maria, le cui origini e vicende ne sono perfettamente ignote. Nel 1586 era titolare Luigi de Maria. In proseguio il feudo fu comprato das Giovan Donato della Marra, il quale conseguì il titolo ducale sul medesimo nel 1611. La famiglia della Marra è considerata di origine normanna, e la medesima da cui uscirono due conti antichi di Molise. Fu ascritta poi al seggio di Capuana, e nel 1381 vestì l'abito di Malta. Arma sua : uno scudo di azzurro alla banda doppio merlata di argento, ossia scala militare, accompagnata nel capo dal rastello a tre pendenti di rosso. Luigi della Marra fu successore di Giovan Donato, Giovambattista successe a Luigi, e non avendo prole, ma essendo oberato di obbligazioni, donò il feudo al proprio fratello Ferrante duca della Guardia. Giovambattista morì nel febbraio 1630. I suoi creditori chiesero ed ottennero che il feudo fosse esposto in vendita all'asta pubblica, e Macchia Saracena fu venduta nel 1638. Aggiudicatario del feudo in tale anno fu Cesare Garcia, o di Grazia, di Castel di Sangro, per la somma di 24.650 ducati. Dei titolari di questa stirpe per Macchia ci sono noti soltanto: Cesare, acquirente, deceduto anteriormente al 1640, e Francesco suo nipote e successore vivente nel 1648. Ai di Grazia , forse per successione femminile, seguì la famiglia d'Alena, che tenne il feudo dalla seconda metà del secolo XVIII° all'epoca dell'eversione della feudalità. Nel 1811 Macchia fu assegnata al distretto di Isernia. Probabilmente nel 1848 fu elevata a Comune autonomo. Nel 1861 fu colleggio elettorale di Isernia, dal 1881 fu colleggio elettorale di Campobasso.
 
LUOGHI DA VISITARE:
 
Palazzo Baronale: 
Intorno alla prima metà del 1100 l’edificio fu residenza di Clementina, figlia di Ruggero II il Normanno, re di Sicilia, che andò in sposa a Ugone di Molise. Nel 1187 Guglielmo II, re di Sicilia, chiese ai titolari dei suoi feudi e suffeudi di partecipare alla III Crociata, promossa da papa Gregorio VIII: Macchia, come suffeudo, contribuì con cavalieri e armi. Il feudo quindi esisteva già, ma era dipendente da feudi più importanti. Nel 1269 l’Università di Macchia fu affidata ad Amerigo de Sus. Nella prima metà del XIV secolo, dopo il 1336, il feudo passò ad Aldemario di Scalea. Il possesso degli Scalea durò solo pochi anni: già nel 1343 Aldemario fu cacciato per essersi ribellato alla corte di Roberto d’Angiò, il quale assegnò il feudo direttamente alla sua consorte, la regina Sancia. Nel 1348, alla morte della regina, Macchia passò ad Andrea d’Isernia, figlio di Landolfo, per volontà della regina Giovanna I. Nel 1464 Macchia apparteneva a Nicola Gaetano, che l’aveva ricevuta dal re Ferdinando assieme a Monteroduni. Le sorti feudali dei due comuni furono simili fino al 1564, anno in cui Macchia e il suo castello furono acquistati da Giovanni Donato della Marra con il titolo di Conte. I proprietari del feudo e del suo castello si alternarono con molta frequenza. Molto spesso i debiti, soprattutto nei confronti del fisco, portarono alla vendita all’asta della proprietà. Nel 1748 il feudo, appartenente alla baronessa Maria Grazia Rotondi, fu ceduto proprio a causa dei debiti al barone Nicola d’Alena. Con Celeste d’Alena, il nome della famiglia si è estinto e il titolo di barone di Macchia, in seguito al matrimonio della baronessa Celeste, è passato alla famiglia Frisari. Attualmente la proprietà principale del castello è della famiglia de Iorio-Frisari, che detiene il titolo di Conte di Bisceglie e Patrizio di San Vincenzo al Volturno. 
 
Taverna Calidio Erotico:
Nell’agro del paese, tra Macchia e Isernia (sulla via che proviene da Venafro), è stata rinvenuta quella che è conosciuta come l’insegna del piacere, ovvero l’insegna di Calidio Erotico, un rilievo d’epoca romana su cui è riportata una sorta di vignetta contenente un breve discorso tra una locandiera e un occasionale avventore di nome Lucio Calidio, lì giunto a cavallo d’un mulo.  La vignetta può essere così riassunta:  Lucio, dopo aver cenato e passato la notte in una taverna, si appresta a pagare. L’ostessa, che gli ha anche procurato una donna per la notte, fa il conto e dopo aver detto il prezzo del pane e delle pietanze mangiate, chiede al cliente ben otto assi per la puella e appena due assi per il foraggio del mulo. Calidio, dopo aver risposto «convenit» (sta bene!) per gli otto assi chiesti per la meretrice che gli ha fatto compagnia, si lamenta dei miseri due assi chiesti per il cibo del mulo, esclamando «me ad fatum dabit» (mi ridurrà in rovina!). Il bassorilievo è attualmente conservato nel Museo del Louvre, a Parigi, e nel suo genere è considerato una delle più stravaganti epigrafi d’epoca classica.