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domenica, 24 gennaio 2016

LA STORIA

Dal castello scendono in cerchi concentrici le strade acciottolate e dalla piazza Umberto I si diparte la via Roma che si biforca in due rami, uno per Frigento e l’altro per Villamaina. L’imponente massa quadrilatera è inclusa in torrioni cilindrici, tra due dei quali si apre nel prospetto un portale arcuato, con loggia semicircolare a tre archi. I terremoti lo hanno scalfito ma non abbattuto. Guardandolo, la mente corre alle tante vicende che vi si svolsero, ai tanti personaggi che lo abitarono.E viene in mente il primo personaggio, il longobardo Sissualdo (poi diventato Gesualdo), nella sua guerra con l’imperatore d’Oriente, Costante II, venuto nel 660 a riconquistare il Ducato di Benevento. Quindi, in quell’anno, un castello o fortilizio già doveva esserci, sia pure da poco tempo. L’impresa di Sissoaldo è riportata nella prosa colorita del Bellabona: “Questo Gesualdo, spedito ambasciatore dal duca di Benevento al re dei Longobardi Grimoaldo suo padre a fin che gli mandasse soccorso di gente per resistere all’empito dell’imperatore Costante, al ritorno dell’ambasciatore, fatto prigione dai Greci e condotto all’imperial presenza, li fè palese che fra breve sarebbe venuto soccorso. Ma avuto l’ordine, che il contrario al suo Duca dicesse, portato in mezzo ai Greci al Duca disse che stato fosse di buon animo conciosia che l’esercito fra due giorni gli sarebbe gionto in aiuto. Per aver detto il vero al suo Signore, l’imperatore sdegnato levar gli fè col ferro il capo dal corpo, e buttar dentro la città. Qual, pigliato dal Duca, lavandolo non con acqua naturale ma con lacrime, e nettandolo con con preziosi drappi, ma con li labbri per mezzo dei baci, dar gli fece onorata sepoltura”. Comincia con Sissualdo la lunga serie dei Gesualdo, da cui il paese ha preso il nome. I discendenti del primo Gesualdo per quattrocento anni furono i Signori del territorio, man mano ingrandito; dipendevano dal Duca di Benevento, e gli furono fedeli sempre, fino all’estinzione della famiglia, che coincise con la conquista normanna.
 Il feudo di Gesualdo fu il fiore all’occhiello dei possedimenti normanni; di essi fu investito un figlio naturale di Ruggero e nipote di Roberto il Guiscardo, che si chiamava Guglielmo, e che da allora (1078) si chiamò Guglielmo di Gesualdo, a sottolineare la continuazione del dominio.La storia dei Gesualdo, già collegata con la storia di Longobardi, Normanni, e Svevi, fu anche strettamente collegata con la storia degli Angioini. Ed Elia III Gesualdo, Maresciallo del Regno e Giustiziere di Calabria, venne confermato Barone di Gesualdo.
La guerra tra Alfonso d’Aragona e Giovanni d’Angiò coinvolse il castello, assediato dalle truppe francesi e dalle truppe mercenarie dello Scandeberg, che rapinarono e incendiarono. Quando si passa, a Roma, per piazza Albania e si vede il monumento a Castriota Scandeberg vien fatto di pensare alle vittime di Gesualdo. E quando, andando da Gesualdo a Frigento si passa per la piana di San Filippo, vien fatto di ricordare che nella piana si combattè la battaglia tra francesi e aragonesi. Il conte Luigi III giocò la carta perdente quando si alleò con Carlo VIII di Francia, calato nel Regno come meteora, e perdette un’altra volta il feudo, che poi venne restituito, per le alterne vicende belliche, al figlio Fabrizio.
Il piccolo stato di Gesualdo era composto di tanti pezzi che non avevano nè continuità territoriale nè omogeneità politica, mantenuti dal vincolo della persona fisica del Signore; era composto di 36 luoghi tra città e terre situati in tre province, la maggior parte in Principato Ultra, altre in Principato Citra e Basilicata: Contursi, S.Andrea, Conza, Cairano, Caposele, Calitri, Frigento, il casale di Sturno, Paternopoli, Castelvetere, Fontanarosa, S.Angelo all’Esca, Cussano o Luogosano, Taurasi, Montefredane, Dentecane. Con Luigi IV e Fabrizio II la potenza dei Gesualdo toccò l’apice, non solo per espansione dei possedimenti e moltiplicazione dei titoli, ma anche per l’intreccio di cospicue parentele. Sveva, figlia di Fabrizio, aveva sposato in seconde nozze un congiunto di Alfonso d’Avalos, il famoso generale di Carlo V e marchese di Pescara; suo fratello Fabrizio aveva sposato Geronima Borromeo, che era nipote di un Papa, Pio IV, e sorella di un cardinale, Carlo Borromeo. Fastose furono le nozze di Carlo figlio di Fabrizio, con Maria d’Avalos, sua cugina perchè figlia di Sveva. L’impedimento matrimoniale della parentela venne superato e il matrimonio fu celebrato a Napoli, nella chiesa di San Domenico Maggiore; Carlo ebbe in dono la contea di Conza, Maria d’Avalos ebbe una collana di 49 perle, ornata di grosso smeraldo e mezzaluna di diamanti. Ma la potenza dei Gesualdo si avviava al termine: dopo il matrimonio, un adulterio, un duplice omicidio, l’estinzione; erano trascorsi seicento anni da Sessualdo. La bellissima e irrequieta Maria aveva avuto già altre esperienze amorose; anche questa volta volle vivere una stagione d’amore e si buttò tra le braccia di Fabrizio Carafa Duca d’Andria, “cavaliere il più bello e grazioso della città, di maniere cortesi e soavi, di sembiante delicato”. La relazione divenne di dominio pubblico, e Carlo meditò la vendetta.
Carlo uccise e dopo il delitto, compiuto nel palazzo di Napoli (presso San Domenico maggiore), si rifugiò a Gesualdo. Le prove del delitto erano schiaccianti, ma il caso fu archiviato per ordine del vicere Conte de Miranda, “stante la notorietà della causa giusta dalla quale fu mosso don Carlo Gesualdo ad ammazzare sua moglie e il duca d’Andria”. Delitto d’onore! Don Carlo dal castello di Gesualdo si prodigò in opere di bene per espiare la sua colpa; e, per attenuare l’onta del tradimento e il rimorso, cercò conforto nella musica componendo madrigali, mottetti, responsori, tra i più cupi; precursore di Monteverdi, ebbe vasta rinomanza, giunta fino a noi, tanto che recentemente è stato pubblicato un disco con i suoi “responsoria et alia ad officium sabbati sancti”. La musica di Carlo Gesualdo, che esperti della materia dicono essere stata imitata talvolta da Pergolesi e Stravinsky per i motivi esistenziali e per ricchezza spirituale, ha dato il nome ad una celebre orchestra polifonica londinese, il “Gesuald Consort of London”. Della Gesualdo del periodo post unitario, tante luci ed ombre in un vorticoso alternarsi di vicende nella quali spiccano briganti, luogotenenti e signorotti. Si va dalle confessioni del brigante Forgione, che nella Caserma di Gesualdo giura eterna fede al Re Borbone benedetto dal Papa, fornendo alle istituzioni italiane nomi e simboli mai rivelati dell'astio dei briganti, al feroce e poi illuminato Felice Catone, luogotenente del Regno d'Italia che nell'estate del 1862 conduce militari e contadini alle armi contro le scorribande dei briganti che cercarono invano di assaltare la fortezza di Gesualdo per farne proprio dominio.
Poi il secolo cambia verso e per molti gesualdini il futuro diventa americano. Seguirono fame, miseria e nobiltà di una Gesualdo latifondista retta da signori o signorotti. L'inizio del novecento si segna della presenza serafica di un frate che sarebbe poi diventato santo (San Pio da Pietrelcina) e dalla tragedia della grande guerra che porta al sacrificio di un'intera generazione di ragazzi. Segue il buio del fascismo e una nuova sanguinosa guerra a distruggere equilibri già fragili. Il secondo dopoguerra vede altri gesualdini partire ad inseguire sogni argentini o venezuelani ma anche molto emiliani.
 
LUOGHI DA VISITARE
 
IL CASTELLO: La strada di accesso è un ampio viale lastricato in pietra che parte dalla piazza neviera. L'area antistante il complesso è dominata dagli ampi e possenti bastioni di origine normanna lungo i quali sono stati rinvenuti i segni e le tracce di postazioni difensive. L'ingresso principale, posto rivolto a ponente,  è designato da un portone, che si apre in un vano rettangolare; sulla porta di fronte all'ingresso è presente ad altezza d'uomo un mascherone raffigurante la testa di un leone, che nella bocca ospitava un cannoncino e nella parte alta della parete si aprono tre feritoie, anch'esse di difesa.
Sul lato lungo, a destra, è presente una porta con due battenti ruotanti su cardini di legno. Da questa, tramite un androne coperto da una volta a crociera, si accede alla corte interna, caratterizzata al centro da una vera di pozzo e sullo sfondo da una facciata, opposta a quella dell'ingresso, dominata dalla seguente iscrizione: Carolus Gesualdus ex GLORI Rogerii Nortmanni Apuliae et Calabriae Ducis genere Compsae comes Venusii princeps... erexit. La facciata, invece, è scandita da tre archi rinascimentali. Attraverso l'arco centrale si accede al giardino pensile del palazzo che si affaccia sulla valle del Fredane-Calore. Sul lato lungo di destra del cortile è sita una scala, che conduce alla cappella e agli ambienti del lato sud-ovest. Attraverso il medesimo varco si accede al lato sud dove un'altra scala, elicoidale, racchiusa nel torrione (Dongione) collega col piano nobile o di rappresentanza (questa parte del complesso è attualmente in ristrutturazione). Sempre dal cortile centrale si accede agli ambienti della parte mediana del complesso dove si innesta la seconda torre cilindrica, che si articola su tre ordini, il terzo dei quali è caratterizzato da una piccola loggia rinascimentale semicircolare, delimitata da tre archi retti da pilastri. Gli interni son caratterizzati da ampi ambienti con soffitti a volta decorati con stucchi e fregi dipinti di stile ottocentesco.
 
CHIESA DI SAN NICOLA: La chiesa intitolata al Vescovo di Mira S. Nicola, sorse probabilmente intorno al XII secolo a ridosso delle mura del castello, sul declivio del borgo medioevale. Di questo primo impianto mancano i riscontri documentali, anche se l'esistenza di una cripta, fatta murare dal vescovo Torti Rogadei nel XVIII secolo, caratterizzante le chiese sorte tra XI e XIII secolo, può far pensare a un impianto medievale. Le più antiche notizie attestanti l'esistenza della chiesa risalgono ai primi decenni del XVI secolo, anni in cui Gesualdo passò dal breve dominio del capitano spagnolo Consalvo de Cordova a quello del feudatario Fabrizio Gesualdo e del figlio di questi Luigi IV. Durante il dominio del Gesualdo la chiesa subì vari restauri e ampliamenti in parte ancora leggibili, dopo i recenti restauri, nella parte più antica della muratura e ricordati da lapidi inserite all'interno del sacro edificio. Nel 1538, durante l'arcipretura del reverendo Mastronicola, la chiesa fu arricchita dalla tribuna e dal coro ligneo e successivamente, con le Signorie di Carlo Gesualdo e Niccolò Ludovisi, con un corredo di tele ed opere pittoriche. L'edificio fu abbattuto e ricostruito nel 1760, nelle forme in cui ancora ora appare. La facciata, austera e dignitosa, è arricchita da un grandioso portale in pietra da taglio scolpito da Giuseppe Landi da Calvanico nel 1760. Oltre alla tele cinquecentesche e seicentesche, all'interno sono custoditi sette preziosi altari in marmi policromi, le magnifiche statue dei santi Nicola, Giuseppe e Andrea, la bellissima statua dell'Immacolata, un fonte battesimale in marmo locale e onice di Gesualdo e numerose reliquie, tra cui il braccio di Sant'Andrea, che venne donato da Eleonora Gesualdo. Attualmente chiusa per restauro.
 
CHIESA SS.ROSARIO: La chiesa, con relativo monastero Domenicano, fu iniziata dal principe Carlo Gesualdo, che però riuscì a gettare solo le fondazioni, e terminata da Nicolò Ludovisi nella prima metà del XVII sec. Conseguì il titolo di Arciconfraternita nel 1912. È a tre navate, comprende nove altari di marmo policromo ben lavorati in stile barocco, una deliziosa balaustra e un bel coro di legno intarsiato. L'altare maggiore, dedicato alla Vergine del Rosario, è veramente magnifico e ricco, tutto in marmi policromi come la bella balaustra. Dietro l'altare maggiore vi è un bel coro di legno intarsiato. L'altare che si trova a destra entrando è dedicato a S. Vincenzo Ferreri. Nella nicchia vi è una statua del santo, egregiamente scolpita e fregiata di ricca colonna e diadema in argento. Degni di essere ricordati sono il pulpito e l'organo. L'ultima domenica d'agosto si celebra, in grande e sentita partecipazione popolare, la festa in onore di S. Vincenzo Ferreri durante la quale si svolge il tradizionale "volo dell'angelo”.
Diverse le opere pittoriche contenute: “ San Biagio” olio su tela – sec. XVII “ Sisto IV e Giovanni da Erfurth “ olio su tela – Giovan Battista de Mari - sec.XVIII “ Madonna di Costantinopoli “ tempera su tavola – Maestro di Gesualdo–sec.XVI “ San Domenico “ olio su tela “ San Pietro martire “ olio su tela – sec. XVI “ San Tommaso d’Aquino “ olio su tela – Bottega di Ippolito Borghese – sec.XVII “ Madonna Orante fra Santi e Sante “ olio su tela – sec.XVI “ Apparizione della vergine col Bambino a San Giacinto“ olio su tela – Bottega di Giovanni Balducci – sec. XVI-XVII “ Madonna del Rosario con Eterno Padre “ olio su tela – sec. XVI-XVII “ Madonna con Bambino e Sante “ olio su tela – Giovan Battista de Mari - sec.XVIII - “ San Vincenzo Ferrer “ olio su tela – sec. XVIII “ Cristo Crocifisso con Maddalena e Santo Martire “ olio su tela – Giovan Battista de Mari – sec. XVIII “ Madonna con Bambino, San Domenico e Santa Caterina da Siena “ olio su tela – Giovanni Cosenza – sec.XVIII “ Miracolo di San Nicola di Bari “ olio su tela.