LA STORIA

Luigi Sassi, nel suo libro “San Martino e i suoi dintorni”, da più possibili  spiegazioni sulla nascita di questo paese. La prima teoria parla di un origine attorno ad una cappella del V secolo , dedicata a Martino, il vescovo santo di Tours, dove vennero gli abitanti della città di Cliternia, scampati all’eccidio e alla distruzione di quella città attorno al 920. Questa prima tesi non ci sembra veritiera perché dopo solo due secoli San Martino è annoverata, come vedremo come fra i paesi più importanti. Non bastano due secoli per avere una crescita così imponente! Altra più plausibile tesi è quella del Sassi che attribuisce al nostro paese origini più antiche che, prima ancora della edificazione della cappella di San Martino, posta probabilmente dove è l’attuale chiesa di San Giuseppe, era un oppido, un castelletto di avvistamento e difesa nella cintura attorno a Cliternia, soprattutto in finzione di controllo della nemica Larino. Probabilmente attorno al primo nucleo di poche famiglie di pastori, nel terzo secolo, quando le città dell’impero romano decadono sia per le invasioni barbariche, sia per la crisi dell’economia servile retta dagli schiavi, i cittadini di Cliternia popolano anche San Martino più difendibile. Altra teoria afferma che San Martino facesse parte del Forum Cornelii di Larino, ma non è possibile per la istanza di circa ventisei miglia da quella città. Altra teoria invece molto plausibile è che San Martino sia stato fatto attorno ad una chiesa dedicata a quel santo e che precedentemente invece era un tempio a Mamerte, dio italico che corrisponde al marte latino. E la crescita del nostro paese è costante fino a trovare l’attuale assetto urbanistico attorno all’anno mille, subito dopo il quale troviamo importanti testimonianze documentali della sua presenza.
La maggior parte dei documenti appartengono alle Cronache di Montecassino su un monastero e una chiesa posto Apud portas Sacti Martini (presso le porte di San Martino) e che si estendeva fino all’attuale muraglione. Questa chiesa era chiamata di San Nicola e quel nome è giunto, per denominare quell’area, quasi fino ai nostri giorni, chiamando i nostri nonni appunto Colle San Nicola laa zona del muraglione. I stessi carri venivano detti, se facevano prove da quella parte, i carre de sande Necòle. Il primo documento che abbiamo che menziona San Martino è del 1089, dal registro di Pietro Diacono dell’archivio di Montecassino, dove si racconta che la Sinodo di Melfi di quell’anno, fra il Vescovo Guglielmo di Larino e Oderisio, Abate di Montecassino, portò ad una amichevole soluzione sulla proprietà del Convento di san Nicola di San Martino. Il vescovo Guglielmo accettò la rivendicazione dell’abate di Montecassino, ma si convenne che la chiesa sarebbe rimasta in suo possesso per tutta la sua vita come beneficiario. Ma i monaci cassinensi pretesero che tale concessione fosse gravata dall’impegno di mandare a Montecassino ogni anno “centum bonas anguillas aut centum sepias bonas”, cento buone anguille e cento buone seppie. Tutto questo è datato 1089. Il documento successivo è del 1113 ed è relativo sempre alla Chiesa di San Nicola e al paese donati a Montecassino da Roberto di Bassavilla, probabile protagonista della battuta di caccia che portò alla scoperta di san Leo. E un altro ancora che parla del vestiario idoneo dei monaci di San Nicola. Altro documento importante è il “Catalogo dei baroni”, fatto redigere dal Borrello su commissione dei re normanni tra il 1150 e il 1168, per una leva generale necessaria a fornire una grande armata reale. Sappiamo così che un certo Dominus Americ di san Martino, fu tassato per due soldati, cioè doveva fornire o provvedere al mantenimento di due soldati. Se si pensa che attorno a San Martino realtà anche importanti erano tassate per un soldato, ciò vuol dire che questo paese aveva dimensioni molto grandi. San martino ebbe una struttura castrense, cioè di castello chiuso fino a tutta l’epoca normanna e all’angioina perché non si segnalano assalti o episodi di distruzione. Questi sono i primi documenti su una storia ancora nebulosa e da scoprire. Come si vede la presenza dei benedettini è stata fondamentale per questo paese e ciò a testimonianza del fatto anche che il patrono di San Martino, per cui si corre la Carrese del 30 aprile, fosse il monaco Leo, che fu anche Abate in San Paolo fuori le mura a Roma, tra il 1044 e il 1050. Anche la presenza della chiesa stata determinante vista la presenza in passato, come si racconta il Vescovo Tria, di ben 23 chiese disseminate nel suo territorio. La presenza nobiliare è caratterizzata da molte famiglie importanti come gli Orsini, i De Capua, i De Sangro, I Pignatelli, i Colonna, I Catteneo e, in ultimo i Tozzi.
(Testo di Giuseppe Zio)
 
LUOGHI DA VISITARE

La Chiesa di San Pietro dal 1600 ha avuto nel corso degli anni molti rifacimenti e ritocchi. Lo stato attuale è stato portato a termine nel 1750 per iniziativa del vescovo Tria. L'imponente facciata è stata costruita con blocchi di tufo e con laterizi, il portale e i supporti delle vetrate sono in pietra viva. Ci sono quattro maestosi pilastri, "lesene", incassati nel muro con basi, cornicioni e capitelli che evocano lo stile ionico; sono inoltre presenti effetti plastici di rientranze e di sporgenze con due nicchie dove, probabilmente, una volta c'erano due statue di santi. Vi è un blocco monolitico centrale, fra l'architrave e il finestrone, dove c'è un bassorilievo con un busto di San Pietro. Tramite un’ ampia gradinata si accede all'interno della Chiesa,  costituito da una grandiosa unica navata, riccamente adornata con elementi di stile barocco. L'eccellente decorazione della cupola è opera di Vincenzo Palombo ed è divisa in quattro vele che rappresentano episodi della vita di San Pietro. Dietro l'altare maggiore c'è l'artistico coro semicircolare con diciannove stalli canonicali e un trono centrale ad uso del vescovo. Sopra il coro vi è fra i più belli e monumentali organi di tutto il Molise, costruito nel 1771. Ai lati, con vari capitelli e archifinti di ordine composito ( toscano, ionico e corinzio), ci sono vari altari di santi in marmo bianco, tra i quali spicca l'altare con il corpo di San Leo, protettore del paese.  
 

La Chiesa di San Giuseppe è la più antica del paese, realizzata nel XIII secolo su quella  dedicata a San Martino; è stata edificata nel 1410, come si rileva in una lapide murata del campanile. Prese nome dalla Confraternita di San Giuseppe che la governava nel 1734. La facciata, in stile barocco, è divisa in tre parti: la prima di esse si estende fino alla torre campanaria, la parte inferiore è ripartita da cinque lesene e nella parte centrale è situata la scalinata in pietra. L'interno della Chiesa è costituito da tre navate. Sopra il portone di ingresso vi è un organo a canne del settecento. La volta è ricca di alcune pitture ottocentesche che rappresentano episodi del Vangelo e della storia della Chiesa. Dietro l'altare maggiore vi sono affreschi che raffigurano Gesù, i Papi e lo sposalizio di San Giuseppe. Il gioiello artistico maggiore è dato da una tela risalente al secolo XVIII che raffigura la Madonna con il Bambin Gesù e ai suoi piedi San Martino vescovo di Tours.
 
Il Palazzo baronale appartenuto anche a Ferdinando di Capua, duca di Termoli, che vi aveva fissato la sua dimora abituale. Il palazzo che occupa una superficie di  1600 metri quadrati, è situato nella parte più alta del paese e si sviluppa su tre piani. Si accede con un'alta e "construtta sciula di breccioni", la rampa, una volta vi era un ponte levatoio che copriva il fosso di sicurezza. Gli interni hanno subito diverse trasformazioni ma alcuni elementi, come corridoi stretti e bui, archi gotici in alcune sale, ricordano il suo passato di castello; difatti, con ogni probabilità la struttura si è sviluppata su un preesistente castello quadrato di origine normanna (sec.XII). Si possono notare, inoltre, altri elementi che riconducono a un fortilizio; muri a scarpa, feritoie, finestre che affacciano sul cortile e un arco che fa da tramite con le abitazioni vicine, che si suppone facesse parte del ponte levatoio. Da segnalare è il loggiato che si affaccia sulla piazza principale del paese, dal quale è possibile intravedere il mare. 
 
La Villa Rustica di località Mattonelle aveva una estensione notevole, testimonianza di una fiorente produzione agricola della quale, peraltro, sono importante documento alcune anfore vinarie da trasporto, con iscrizioni dipinte riferite al prodotto contenuto e all'annata di produzione (sotto l'imperatore Domiziano, esplicitamente citato con le relative cariche: 88 d.C. È stata finora scavata una grossa parte del settore rustico con alcuni ambienti dove erano ubicati: il torchio (torcularium), i magazzini (cella vinaria) e i depositi. La parte destinata agli appartamenti del padrone era situata sul margine nord-est della piana in posizione panoramica sulla valle del Biferno, verso le colline della opposta sponda del fiume e verso il mare. Di questa parte della villa sono stati individuati solo il porticato, tracce di pavimentazioni in mosaico e un ambiente con vasca per la raccolta delle acque piovane (impluvio).